Il re buono del cashmere

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«Per una vita felice ci vogliono tre cose: gentilezza, gentilezza e gentilezza». È l’aforisma che Brunello Cucinelli, imprenditore dell’anno 2009, ha trasformato nel suo stile di vita. E di conduzione aziendale

Cinquantasei anni, è uno degli imprenditori italiani più famosi al mondo. Ha ricevuto decine di premi per la qualità dei suoi prodotti, preziosi capi in cashmere made in Umbria, e per i risultati economici e tecnici delle sue strategie aziendali e di marketing. Brunello Cucinelli, figlio di contadini, è creatore di un’impresa che ha un fatturato di 154 milioni di euro, quasi 500 dipendenti e una crescita del 30% negli ultimi due anni. L’azienda di Cucinelli dal 1985 si trova a Solomeo, in provincia di Perugia. L’imprenditore ha salvato il borgo dal degrado, l’ha restaurato (ogni anno vi dedica il 20% del fatturato) e integrato con nuove costruzioni, facendone qualcosa di più di una sede aziendale: un luogo dove si vive bene, si respira filosofia e un pizzico di misticismo, nella tradizione dei santi umbri, san Francesco, con il suo amore per la natura, e san Benedetto, che con il suo ora et labora continua a ispirare l’imprenditore.

Lei ha creato un’azienda che considera fondamentali i valori umani?

«Sono nato in una famiglia contadina. Per alcuni anni siamo rimasti in campagna, poi ci siamo trasferiti in città e mio padre ha trovato impiego in una fabbrica. Lì ha conosciuto le umiliazioni da parte dei suoi superiori, la fatica senza rispetto e senza sorriso. Nell’azienda che ho fondato nessuno può permettersi di trattare male un altro. A cominciare da me. Ho voluto creare un ambiente di lavoro dove si respirasse dignità».

Come sono stati i suoi inizi?

«Dai 15 ai 25 anni ho studiato. Un diploma di geometra, un paio d’anni all’università, un solo esame dato. Non era quella la mia strada. Ho pensato di avviare una produzione di cashmere. Volevo fare quello che ha fatto Benetton con la lana: colorare i miei capi, ma puntare alla massima qualità. Mi sono ispirato a una previsione di Theodore Levitt, guru del marketing: nei Paesi sviluppati il futuro della produzione si sarebbe concentrato sulla qualità, mentre la produzione di massa sarebbe spettata ai Paesi in via di sviluppo».

L’azienda, che all’inizio, a Ellera di Corciano (Pg), aveva modeste dimensioni, è oggi una grande azienda internazionale. Momenti difficili?

«Ho sempre vissuto come se fosse l’ultimo giorno, per parafrasare Jim Morrison, e progettato come se fossi eterno. Oggi non ho meno paura di anni fa. E non sono più contento di allora. In questo periodo non è più difficile fare impresa rispetto al passato. Trent’anni fa ci trovavamo al bar, 70-80 persone di tutti i ceti sociali. Eravamo 20 ragazzi: quanti di noi avrebbero provato ad avviare una loro attività? Pochissimi. E pochi ce l’hanno fatta. Oggi sembra che tutti debbano fare gli imprenditori…».

E questo è sbagliato?

«Non tutti hanno l’attitudine giusta. Io sono attratto dal calcio (è presidente del Castel Rigone, Serie D, ndr). Mi sono allenato come un pazzo per giocare. Ma non sono portato. Sono meglio come imprenditore. Non tutti sanno fare impresa. E in questo si dovrebbe fare crescere la cultura dei genitori. Nessuno vuole che il proprio figlio diventi operaio. Eppure c’è bisogno di tutte le figure professionali. Quando spiegai a mio padre che volevo fare l’imprenditore, mi disse: “Pensaci tu e che Dio ti aiuti”. Io ce l’ho messa tutta. Ma mi considero il custode della mia impresa. Ne ho la responsabilità per il tempo della mia vita, poi non so che cosa sarà. Le mie figlie non sono automaticamente imprenditrici. Anche loro faranno quello che Dio vorrà. Troveranno la loro strada».

Il non avere una lira è stato penalizzante?

«No. Avevo la giovinezza e credevo nella mia idea. Facevo un passo alla volta. L’importante è vedere la vita nella giusta dimensione, non rincorrere qualcosa di irraggiungibile. Ricordo ancora quando ho venduto i miei primi 53 pullover, a Bolzano. Mi sono sentito un piccolo Alessandro Magno. La stessa soddisfazione che provo oggi davanti ai risultati dell’azienda. Noi ci siamo. Cresciamo. Ho visto negli anni aziende meravigliose chiudere. Quella che oggi chiamiamo crisi, in realtà è un momento in cui si sta ridisegnando l’umanità. Nuovi Paesi emergono, si creano nuovi equilibri. Un processo analogo a quello che avvenne nel Rinascimento, quando in Europa arrivarono patate, mais e pomodori dall’America».

Come si colloca un’azienda che fa un prodotto di lusso in questi nuovi equilibri?

«La qualità la possiamo giudicare noi. La creatività che impieghiamo la giudica il cliente. Ci rivolgiamo a un mondo alto, dove il Made in Italy dev’essere speciale. Poi, c’è il valore aggiunto, che viene percepito: come e dove si fanno i prodotti. Il rispetto dell’umanità e della dignità di chi li produce. Fattori che portano a un miglioramento del prodotto. Se io rispetto le mani sapienti di un lavoratore, lui farà meglio il suo mestiere e sarà più creativo. È sicuro».

Nei criteri di rispetto, rientra anche una retribuzione adeguata: chi deve vivere con 700 euro al mese, non può lavorare bene. Le è mai capitato di dare rispetto e non ricevere in cambio un impegno adeguato?

«Ci sono regole aziendali non scritte, da noi. Rispetto della dignità e gentilezza. Comunicazione sincera e diretta, senza offese. E far bene il proprio lavoro. Chi viene da noi le apprende tramite l’esempio di chi già lavora. Ci sono state persone che non si sono adeguate. E si sono sentite fuori.

Questo succede in generale nella vita. Tu devi essere gentile, ma se uno non è gentile con te, non rimanerci male. Lascialo andare».

Ho saputo che a Solomeo non si timbra per le presenze: si comincia alle 8 e si finisce alle 18. Poi si riposa…

«Si deve curare l’anima con la preghiera e la mente con lo studio. San Benedetto in questo è stato un maestro rigorosissimo. Quando arriva un neoassunto, un ragazzo di 23 anni, gli vado incontro in un modo nuovo, fresco. Gli racconto la verità su come sono, su come la penso, sull’azienda. Mio padre non sapeva niente del suo datore di lavoro. Al massimo, vedeva con quale auto arrivava nel parcheggio della fabbrica. Sono per la sincerità. L’anno scorso, con la crisi imminente, ho radunato tutti i miei dipendenti e ho fatto loro un discorso chiaro. “Per un anno non licenzieremo nessuno. Vi chiedo di essere più speciali di quello che già siete, più creativi, geniali nel vostro lavoro. Quale che sia. E nei rapporti con le persone”. Le cose sono andate bene: siamo cresciuti del 30% in due anni. Una parte della positività che abbiamo sviluppato nel lavoro, qui, si è trasferita ai clienti nel mondo. Ho mandato una lettera ai negozianti e ho detto loro: “Vi sono vicino”. E sanno che è vero».

A Solomeo si punta sulle nuove leve e si fa formazione interna. Anche lei dedica tempo all’insegnamento?

«Come ho imparato da altre persone, a mia volta insegno ad altri. Ai giovani comunico che non devono avere paura. Ci sono io e ho le spalle grosse. Le cose belle si fanno insieme. Ho tanti programmi per il futuro. Nuove collezioni, fresche, ogni stagione. Dieci nuovi negozi monobrand da aprire. Creare reti commerciali in Cina, India e Sud America. Paesi dove tutto è da fare e dove stiamo crescendo: tre anni fa realizzavamo lì il 3% del fatturato. Siamo già arrivati al 10%». Cucinelli è contento dei risultati, ma lo è ancora di più del fatto che in azienda ci sia rispetto.

INFO: www.brunellocucinelli.it

un paese, un’azienda

A Solomeo, piccolo borgo con un castello del 1300, un’antica chiesa e una villa secentesca (foto sopra), Cucinelli ha dato forma al suo sogno di umanista. Riqualifica i monumenti e le case, da solo o in collaborazione con istituzioni e organizzazioni pubbliche. L’intervento continua negli anni.

Ha trasferito l’azienda nel maniero e creato una seconda sede, immersa in un parco e circondata da frutteti. Ha donato al Comune di Corciano quattro ettari di terreno adiacenti all’impianto sportivo di Solomeo, per un uso esclusivamente ricreativo, ha contribuito alla realizzazione del Centro Sportivo locale e a quello di Castel Rigone, suo paese nativo. Sostiene e finanzia varie istituzioni umbre, tra cui l’Università degli Studi di Perugia, la Regione, e la Provincia. Il suo sostegno arriva anche in Africa: ha costruito un asilo e un pozzo in un villaggio del Malawi.

L’opera maggiore di Cucinelli, a Solomeo, è stata appena completata da alcuni mesi: il Foro delle Arti. È un organismo composto da edifici e spazi aperti. Ne fanno parte il Teatro Cucinelli, che s’ispira agli impianti tardo-rinascimentali di Sabbioneta e Farnese di Parma, l’Ippodromo, dedicato a manifestazioni culturali e a rappresentazioni all’aperto, l’Accademia, dove si fa formazione a giovani che vogliono avvicinarsi all’artigianato, una Casa-Laboratorio per imparare le tecniche del “fatto a mano”, ma anche l’inglese, l’architettura, la filosofia. Completa il Foro il Ginnasio, un complesso di terrazze digradanti sul paesaggio collinare, ideali per la meditazione.

super premiato

Brunello Cucinelli ha recentemente vinto il premio Imprenditore dell’anno 2009, organizzato da Ernst&Young. Motivazioni: “per la continua ricerca del benessere psicofisico e della qualità della vita negli ambienti di lavoro e per l’importante azione svolta per il recupero e il restauro di costruzioni storiche e la continua attenzione in favore dell’educazione e della cultura”.  Ma questo è solo l’ultimo di una serie di riconoscimenti vinti dall’imprenditore e dal suo gruppo. Dal premio Creatori di valore, come leader nel settore dei beni di lusso, al premio Imprenditore olivettiano 2009. Dal premio Export 2009 al premio Leonardo qualità Italia 2009.

Silvia Messa, Millionaire 1/2010

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