Imprenditori extra

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Zero capitali, mille difficoltà, molta voglia di emergere. Gli immigrati arrivano in Italia con sogni e speranze. Fanno tanti lavori, poi si mettono in proprio. Con successo. Ecco le storie di chi ce l’ha fatta

Partono da zero, con il solo aiuto delle proprie forze, arrivano in Italia determinati a intraprendere. E mentre qui le aziende chiudono, loro si reinventano un mestiere. In proprio. Sono extracomunitari: rumeni, marocchini, cinesi. Gente che all’inizio, per sopravvivere, si accontenta di un lavoro qualsiasi, ma poi, appena può, fonda un’impresa. A parlare sono i numeri. Nella sola Lombardia sono 37.147 gli imprenditori stranieri, il 10,9% del totale italiano. In tutta la penisola ci sono immigrati che lavorano fianco a fianco con gli italiani, dimostrando come sia possibile una piena integrazione. Adriana Poveda Luz, colombiana, 43 anni dal 1991 vive in Lombardia, dove ha fondato un’impresa di pulizie che oggi ha 25 impiegati e 230 clienti. «Gli inizi sono stati duri, ma fame e disperazione ti fanno superare qualsiasi ostacolo. Ho iniziato grazie a un negoziante di elettrodomestici che mi ha venduto una macchina lavapavimenti da un milione e mezzo di lire con rate da 50mila. Poi ho comprato, sempre a rate, un vecchio furgone e ho affittato per 100mila lire al mese un ufficio di pochi metri quadrati: così ho cominciato a lavorare 12-14 ore al giorno» racconta Poveda Luz. Altra citttà italiana, altra storia. Pegaboh Abel Kone, ivoriano, 33 anni, ha avviato a Forlì la Konekon per il trattamento di metalli ferrosi. Oggi ha otto dipendenti e spesso è impegnato 10-11 ore al giorno. «Sono partito da zero e potevo contare solo sulle mie forze: le banche non mi avrebbero aiutato perché non avevo alcuna garanzia da offrire» ricorda Abel Kone. E così Rachid Salah, marocchino in Italia dal 1992, è titolare della Eurotras Lochi Porti di Bolzano. Lui, nonostante i corsi universitari di Elettronica industriale in Canada, dice di aver realizzato qui il suo sogno, cioè un’impresa in proprio, aperta mentre era operaio in una fabbrica altoatesina. «Gli immigrati imprenditori in Italia creano il 10% circa della ricchezza nazionale e registrano 20mila nuove attività indipendenti all’anno. Ce la fanno, nonostante riscuotano ancora poca fiducia e ottengano poche garanzie: dalla gente, dalle istituzioni e dalle banche» spiega Otto Bitjoka, presidente della fondazione Ethnoland (www.cisiamo.eu). Per chi viene da lontano, fare impresa significa incontrare gli stessi problemi che ostacolano gli italiani, con qualche scoglio in più, a iniziare da una lingua e una cultura diversa. «Un senegalese o un cittadino del Bangladesh che aprono un negozio pensano di poterlo tenere aperto fino alle due di notte perché nelle loro nazioni si fa così: si vive, con tutta la famiglia, nei locali di vendita. Va spiegato loro che in Italia le regole sono diverse, che per farlo è necessario un permesso… L’Italia investe ancora poco per gli immigrati, nonostante la loro notevole vitalità imprenditoriale. La molla verso il business? Non è la necessità di ottenere un permesso di soggiorno permanente, ma il desiderio di dare lavoro alla propria famiglia e ad altri» commenta Bitjoka. E così Mona Mohanna ha aiutato le donne palestinesi, Thomas McCarthy gli agricoltori del Ghana…

«Stilista affermata, nonostante il velo»

Libanese, musulmana con il velo. Ha creato a Milano un’azienda di abbigliamento che fattura 200mila euro. Mona Mohanna, 39 anni, è orgogliosa di essere riuscita a lavorare senza rinnegare la sua identità di donna musulmana con il velo. «Ero venuta in Italia per studiare e diventare stilista» racconta Mohanna. «Rocambolesco il mio viaggio per arrivare a Reggio Emilia: in Libano tutto era martoriato dalla guerra. Qui invece ho trovato un luogo in cui regnava la pace». Dopo un primo corso professionale di tecnica delle confezioni, Mohanna inizia a cercare occupazione, ma da subito si rende conto di essere sottovalutata a causa del velo. «Così ho deciso di ricominciare a studiare, questa volta, un corso di Industrializzazione del prodotto. Per pagare gli studi lavoravo come operaia alla macchina da cucire. Sono stati anni durissimi: guadagnavo un milione di lire e spendevo tutto per mantenermi. Col tempo, ho capito che volevo tentare la strada della massima specializzazione: ho frequentato il master in Fashion design della Domus Academy di Milano, fondato da Gianfranco Ferré, che costava 45 milioni di lire. I parenti mi hanno aiutato a pagare l’iscrizione, e così sono volati altri due anni di studio intensissimo» continua Mohanna. Ma una volta finite le lezioni e ricevuto gli elogi per la tesi, si ripete il solito ostacolo: il velo. La svolta arriva grazie a un amico, che le offre uno spazio gratuito al mercatino di Natale di Castello Belgioioso. «Avevo la chance di mostrare ciò di cui ero capace: per sfruttarla al meglio, ho lavorato per due mesi fino alle tre del mattino per confezionare tutto. Nei quattro giorni della manifestazione sono riuscita a incassare due milioni di lire». Il successo si ripete poco dopo alla Fiera internazionale dell’artigianato di Firenze, a cui partecipa grazie a un prestito di 11 milioni di lire ricevuto da un amico. «Lì ho iniziato a coinvolgere le profughe palestinesi dei campi in Libano per eseguire ricami su lini preziosi: quella volta ho avuto la soddisfazione di vendere tutta la mia merce» ricorda Mohanna. A fine 2000, l’incontro casuale con una commerciante milanese si traduce in una commissione di quattro milioni di merce e nella consapevolezza di poter avviare un’attività in proprio. «Quello che mi mancava erano i fondi» osserva Mohanna. Un’impasse superata grazie a 100 milioni di lire versati da un nuovo socio e a una foto di una sua creazione pubblicata su una rivista di moda. Al servizio giornalistico infatti fa seguito una pioggia di telefonate da parte di commercianti interessati all’abbigliamento etnico in chiave moderna disegnato dalla libanese. INFO: http://monamohanna.com

«Ho lasciato il posto fisso per fare impresa»

«Ero in Italia da quasi 20 anni e avevo un contratto di lavoro dipendente in regola: per ottenerlo avevo fatto mille lavori – manovale, raccoglitore di pomodori, fresatore, autista, magazziniere – e superato altrettante disavventure. Per diventare imprenditore ho lasciato la sicurezza di un posto fisso e assunto fatiche e impegni nuovi: eppure non avevo esperienza né garanzie». Thomas McCarthy, nato in Ghana nel 1966 è oggi presidente della cooperativa Ghanacoop di Modena, fondata nel 2005. «Acquistiamo in Africa frutta fresca – ananas, mango, papaia, cocco – e poi la distribuiamo in tutta Italia. Inoltre commissioniamo ad aziende terze la lavorazione della frutta (essiccamento, confezione di snack…) e vendiamo  alimentari “etnici” come l’olio rosso di palma e la farina gari di manioca» spiega McCarthy, che annovera fra i clienti catene della Gdo come Coop, Conad, Gs, Sma, Auchan… Basata sul commercio equosolidale la formula dell’attività, che prevede minimi fissi di guadagno per i produttori africani: almeno 0,50 euro per ogni kg di ananas, 0,70 euro per la papaia… A ciò si aggiungono le iniziative di solidarietà: 0,05 euro per ogni kg di frutta acquistata, versati da Ghanacoop per sovvenzionare programmi umanitari in Africa, dalla scuola gratuita per i figli dei produttori agli impianti fotovoltaici in villaggi di agricoltori. «Creiamo lavoro in Italia e in Ghana: nonostante le tante ore di lavoro quotidiano, questo è il pensiero che mi dà la forza di continuare» confida McCarthy. Circa 15 i collaboratori in Italia – tra cui anche italiani e polacchi – e quattro milioni di euro il fatturato sono i numeri dell’attività, avviata con 50mila euro grazie a un bando di concorso dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni. «Per trovare un progetto adatto a vincere il bando, ho fatto 20 riunioni con i membri dell’Associazione cittadini ghanesi di Modena: a un certo punto, pensavo di dover rinunciare. Gli inizi dell’attività non sono stati facili: nessuno di noi sapeva gestire un’azienda. Per non fare un buco nell’acqua abbiamo chiesto 10mila euro di finanziamento per frequentare corsi di formazione: così ci siamo resi conto che la nostra prima idea, cioè la produzione in proprio della frutta, era troppo costosa. L’ostacolo che abbiamo dovuto superare? Quello che abbiamo ancora oggi: il denaro. Abbiamo diversi progetti che per ora restano solo sulla carta per mancanza di fondi. Per esempio, la coltivazione di piante per la produzione di biodiesel in Ghana» conclude McCarthy.

INFO: www.ghanacoop.it

«Dopo anni di gavetta, mi sono messo in proprio»

«Do lavoro a due italiani, ma potrei collaborare con altri tre o quattro se non ci fossero così tante spese a carico di un imprenditore» confida Sia Faycal, odontotecnico algerino di 48 anni in Italia dal 1994. Il suo studio dentistico, aperto a Crotone nel 2006, è nato con un finanziamento di 30mila euro di Sviluppo Italia. «Quando me ne sono andato dall’Algeria cercavo un posto lontano dalla guerra: ho lavorato due anni in Germania, ma lì era troppo freddo per me. In Calabria ho trovato subito impiego e, dopo le difficoltà iniziali comuni a tutti gli immigrati, ho trovato una seconda patria. Dopo 12 anni da dipendente in una clinica della zona ho pensato di mettermi in proprio» prosegue Faycal, che ha tre figli, di cui due laureati in Italia. «Per il mio progetto imprenditoriale avevo da parte qualche risparmio, non però sufficiente nonostante mi accontentassi di acquistare macchinari usati. Un amico mi ha suggerito di contattare Sviluppo Italia: da loro ho ricevuto supporto anche nella parte burocratica di avvio attività, e nel giro di un paio di mesi la mia richiesta è stata accettata» aggiunge Faycal. Gli affari sono girati per il verso giusto fin da subito. «Il lavoro non manca: c’è molta concorrenza, ma la mia offerta prevede una gamma ampia di trattamenti. Il problema sta nel saper bilanciare spese e guadagni: l’affitto, in particolar modo, è altissimo. Ecco perché ora ho un nuovo obiettivo: l’acquisto di un terreno dove costruire un immobile» conclude Faycal.

INFO: siadental@libero.it

Maria Spezia, Millionaire 3/2009

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