Marcelo Burlon: dalla Patagonia a fatturati milionari

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Marcelo Burlon

Marcelo Burlon oggi è direttore creativo di un marchio che piace. Ma è arrivato in Italia dalla Patagonia. Da bambino povero a imprenditore di successo nella moda.

 

 

Marcelo Burlon è un uomo con un passato di immigrazione, povertà e lavoro duro. Ma è anche un brand con cui si vestono i vip, uno street style che fa tendenza nel mondo. Da operaio ad animatore nei locali e deejay, da pierre a imprenditore nella moda con fatturati milionari. Ma di sé rivela: «Resto umile. E ho imparato a rispettare il lavoro di tutti».

Marcelo Burlon

Gli inizi

«Sono stato fortunato» confessa Marcelo Burlon, 40 anni. «Al posto giusto nel momento giusto. E sono molto grato per questo”. Dalla Patagonia, alla “fine del mondo”, dov’è nato da mamma libanese e papà italiano, è arrivato in Italia. Era il 1990, non aveva una lira in tasca. Da allora ne ha fatta di strada: due anni fa ha creato un’azienda che occupa 40 persone, idea, realizza e commercializza collezioni di abbigliamento, accessori, orologi, skateboard, occhiali… Persino una Lamborghini ha il suo nome. Le sue magliette le sfoggiano vip, artisti, rapper, musicisti (che pagano per comprarle) e Il suo brand, Marcelo Burlon County of Milan, è moda nel mondo. Ma il suo brand è lui, così dice. Nei disegni e nel concept dei suoi prodotti c’è la sua storia, il suo passato, la sua energia.

I tuoi primi lavori?

«Siamo arrivati nelle Marche, senza nulla. Ho iniziato a lavorare appena dopo la terza media, come operaio in una fabbrica di scarpe, come i miei genitori. Mi alzavo alle 4 di mattina, facevo le pulizie negli hotel. Da allora, ho imparato a rispettare tutti, anche chi fa le cose più umili. Puoi essere famoso e ricco quanto vuoi, ma se non hai rispetto per chi lavora non sei nessuno».

Quando hai cominciato nei locali?

«Dopo i 14 anni, ho iniziato a ballare in discoteca, la domenica pomeriggio. Poi, ci andavo anche il venerdì e il sabato. E ho cominciato a lavorarci, facendolo diventare la mia attività principale e diventando famoso come animatore delle notti romagnole. È stato allora che mi hanno scelto come testimonial del brand Noose, di Fornarina. Io ero un ragazzo moderno. Quello giusto».

Come sei arrivato a Milano?

«A vent’anni, a Riccione, ho conosciuto ragazzi e ragazze che lavorano nella moda, in ruoli importanti. Mi hanno detto: «Vieni a Milano, ti diamo le chiavi di casa, mentre noi siamo a New York per lavoro». L’ho fatto. Era il 1998. Ho iniziato a lavorare ai Magazzini Generali, all’ingresso. Accoglievo persone e personaggi. E sono diventato un personaggio anch’io. Ho creato una mailing list di nomi importanti e hanno cominciato a chiedermi di organizzare eventi per gli stilisti: Prada, Chanel… Ho lavorato come event promoter interno per Dolce & Gabbana. Il mio lavoro si è spostato dalla notte al giorno. In quel periodo ho conosciuto Alessandro Dell’Acqua, ho lavorato per lui come celebrity pierre. Poi ho realizzato che volevo lavorare da solo, per me stesso».

Ti sentivi imprenditore?

«Non volevo più essere una parte del sistema, volevo seguire le mie regole, i miei ideali, il mio punto di vista, la mia estetica. Nessun compromesso. Ho aperto la mia agenzia e per dieci anni ho lavorato per tutti. Sono stato fashion editor, poi direttore editoriale di Rodeo magazine, ho fatto styling per altri giornali independenti».

Il passo in più?

«La forza e il desiderio di fare un passo in più dipendono dalla consapevolezza e dalla sicurezza che hai in te stesso. Ti rendi conto che il tuo apporto è importante, che la tua voce e quello che esce da te hanno un senso. Allora c’è lo scatto. Senti di avere un certo seguito, una marcia in più, di poter fare diversamente le cose. E lo fai. Avevo 24-25 anni: a quell’età puoi scegliere, diventi adulto».

Hai avuto fortuna?

«Mi sono sempre trovato al posto giusto, nel momento giusto. Ma dipende dall’atteggiamento che hai verso le persone e la vita. Io ho portato qualcosa di nuovo a Milano: la mia energia, il mio modo di porgermi all’altro. Mi esponevo e impegnavo in prima persona. C’ero io sulla porta dei locali ad accogliere la gente. Poi entravo per suonare. E imponevo la mia musica, i miei contenuti, gli artisti che suggerivo io e che rispettavo. I brand che promuovevo acquistavano fette di pubblico. E sono sempre stato me stesso. Il primo a utilizzare i social per organizzare e promuovere i miei eventi. Avventure come la mia non capitano tutti i giorni. Io ci ho messo vent’anni di esperienze: styling, eventi, fotografia, video… Ma sono molto grato, per quello che ho avuto».

Il tuo ruolo, in azienda?

«Sono il direttore creativo di County of Milan. La gestione la curano i miei soci, Davide de Giglio la produzione, Claudio Antonioli la parte commerciale. Al mio fianco, Giorgio di Salvo, personaggio chiave, che traduce le mie idee in grafica. In tutto, siamo in 35 persone. Mi fido del mio gruppo di lavoro»

Come si trovano finanziatori?

«Bisogna credere in sé. Avere un’idea originale. Saperla comunicare. Creare una base di seguaci che si rispecchiano nelle tue idee e in quello che proponi. Se il progetto è valido, il produttore arriva. Sono diventato un caso di studio in Bocconi, è emozionante. Quando gli studenti mi contattano, li invito in ufficio, per un caffè».

Che rapporto hai col denaro?

«Mai avuto soldi. Ora guadagno tanto e voglio spendere, in vita. Viaggiare. Condividere e rendere migliore la vita degli altri. Ho una fattoria in Argentina. Ho recuperato e messo a disposizione dei miei genitori un grandissimo spazio commerciale da affittare, che ha una storia: mio nonno era un commerciante ambulante, con il suo carretto portava merci nelle fattorie. Poi aveva aperto un chiosco nel paese, che si era moltiplicato: edicola, lavanderia, agenzia viaggi… Tutto degradato e abbandonato. Io ho demolito e ricostruito tutto».

Cosa vuoi realizzare?

«Voglio raccontarmi attraverso la grafica. La natura, la vita e le tradizioni degli indigeni della Patagonia. Ma anche la mia esperienza di deejay, i rave. Tutti i miei progetti sono venuti con naturalezza, ho sempre fatto quello che mi piaceva fare. La mia prima collezione ha venduto 5mila pezzi. La seconda 12mila. Il marchio cresce, apriremo monomarca. In Patagonia mi aspetta la mia fattoria: voglio realizzarvi un bed & breakfast, un posto dove far stare bene gli altri. Sono un aggregatore sociale, voglio far ballare tutto il mondo. E creare un punto d’incontro».

Da Millionaire, luglio-agosto 2016

 

 

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