Mi autoproduco da Zero

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Renato Zero diventa imprenditore di se stesso, canta di sogni e insegna ai giovani a realizzarli

Con Presente, il suo nuovo album, lei ha creato un’etichetta e ha scelto di autoprodursi.

«Ho iniziato a percorrere una strada autonoma fin dal 1978. L’idea era di produrre i dischi affidandoli poi a una casa discografica per la distribuzione. La scelta, oggi, si è rivelata opportuna: i dischi che ho fatto sono miei, posso farne quello che voglio, sganciandomi dalle major del mercato. Non è un’operazione poi così difficile. Basta trovare chi faccia una buona distribuzione. Se uno sceglie l’autonomia, investe in promozione e distribuzione quello che dovrebbe riconoscere come royalty al discografico. I conti tornano. E hai un prodotto come lo volevi tu. Attorno a un giovanissimo cantautore possono lavorare un produttore, un arrangiatore, un uomo di marketing, l’ufficio stampa. Servirebbe un nuovo modello societario, per aiutare i giovani a fare impresa con la musica.

Qualche anno fa lei ha lanciato e sostenuto il progetto di Fonopoli, la città della musica che doveva sorgere a Roma, per ospitare una nuova orchestra, aiutare gli artisti emergenti…

«Sono 15 anni che ci lavoriamo. L’atteggiamento dei politici mi ha offeso. Promesse, ritardi. Veltroni aveva stanziato 15 milioni di euro. Ora quei soldi non sono più disponibili. Stiamo cercando di capire con un avvocato che fine abbiano fatto. Non abbiamo ancora realizzato il progetto: per ora, siamo solo riusciti a tenere lontano costruttori e speculatori. Io volevo mettere il mio lavoro al servizio della comunità. La mia idea era far crescere i giovani, dare una dimensione internazionale ai loro progetti. Ma non dispero. Se va male con i politici, farò da solo. Io sto dall’altra parte, quella della gente. E ci sto meglio. Anche rispetto alla mia coscienza».

In una delle canzoni del suo ultimo album dice che il suo segreto sono l’ottimismo e la testardaggine. È ciò che consiglierebbe a un giovane?

«Le mie 58 primavere non sono niente! Ma il tempo di una vita non è esageratamente lungo. Va usato in modo positivo, sfruttato il meglio possibile. La testardaggine serve, eccome. Alla fine, arrivo al mio obiettivo. Ho fatto decine e decine di provini, quando ero giovane. E non ero mai giudicato idoneo. Eppure ho imposto il mio personaggio. Anna Magnani non era figlia della Duse. È stata se stessa e si è realizzata come attrice. Sofia Loren ha lavorato con grande abnegazione per ottenere il successo. Ha avuto però un grande aiuto, quello di sua madre Romilda Villani. Era una donna dotata di grande umanità, che mi aveva preso in simpatia e mi portava con sé dalle amiche. E dire che in quel periodo ero un tipo un po’ vistoso, eccentrico».

I genitori hanno un ruolo importante?

«Sì, devono concedere ai figli stima e fiducia. E un lasso di tempo sufficiente per farsi esperienza e non diventare dei frustrati. Si deve però anche accettare la possibilità che non succeda nulla, che uno non sfondi in campo artistico. Magari si realizzerà in un altro ambito. La famiglia non deve impuntarsi, è un errore. Altrimenti un figlio non riuscirà mai a essere se stesso. Poter dire, a bocce ferme, “ci ho provato” è già una soddisfazione. Qualcuno a 25-30 anni si può anche sentire un fallito, perché non ha la Porsche o l’abito firmato. Ma non è così. Sono solo status symbol che vengono sbandierati. Realizzarsi è un’altra cosa».

Magari anche fare l’ ”ambulante per vocazione”, come dice in una sua canzone?

«Il porta a porta è un mestiere che ormai fanno in pochi. Ma andare a suonare un citofono è sempre un po’ magico. Non è mai una perdita di tempo. Andare su Internet, a volte sì».

Silvia Messa, Millionaire 05/2009

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