Nato ai bordi di periferia

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arcuri

Dai quartieri popolari di Roma agli Studios di Los Angeles. A 16 anni Luca Tommassini è partito per l’America con un sogno: ballare con le star americane. Ce l’ha fatta, ed è tornato. Oggi è direttore artistico di X-Factor e regista di videoclip

È stato il ballerino più pagato del mondo. Ha lavorato con tutte le più grandi star, italiane e internazionali: da Madonna a Prince, da Fiorello a Geri Halliwell. Ma non si è fermato alla danza. Coreografo, regista di videoclip ed eventi musicali, autore e consulente di immagine. Luca Tommassini ha un curriculum che fa paura anche a lui. Oggi è direttore artistico e coreografo di X-Factor, ha “soltanto” 39 anni (appena compiuti), ma già a nove muoveva i primi passi…

Hai iniziato a ballare a 9 anni e a 16 già lavoravi come ballerino professionista. Come hai fatto a raggiungere questi risultati in così poco tempo?

«Sognavo di fare il ballerino fin da bambino, ma la mia famiglia era molto modesta, i soldi erano pochi. La mia fortuna? Enzo Paolo Turchi, uno dei maggiori coreografi di quegli anni, aveva aperto una scuola proprio sotto casa mia. Mia madre andava a fare le pulizie per potermi pagare le lezioni di ballo. Tramite Enzo Paolo ho fatto i miei primi lavori in tv. E ogni estate partivo per l’America per studiare: la prima volta avevo 16 anni».

Perché l’America?

«Il mio obiettivo era diventare bravo. E nella danza moderna gli americani erano insuperabili. Avevo conosciuto dei ballerini che mi potevano ospitare a Los Angeles. Mettevo da parte i soldi durante l’inverno e d’estate partivo. Ma quei soldi non bastavano, e nel tempo che mi rimaneva lavoravo nella scuola: pulivo per terra, stavo in segreteria, facevo un po’ di tutto. Sono andato avanti così per due-tre anni».

Il tuo primo vero lavoro “americano”?

«Avevo 17 anni. Un giorno nella scuola di ballo dove facevo lezione c’era Janet Jackson che stava cercando ballerini per un suo videoclip. Mi ha visto, si è avvicinata e mi ha chiesto se volevo partecipare. Nel mio inglese un po’ incerto, le ho spiegato che ero italiano e non potevo lavorare in America, perché non avevo il permesso di soggiorno. Lei mi ha detto: “Lo puoi fare lo stesso”. Mi ha pagato in contanti. Il video si intitolava Diamonds. Dopo questa esperienza, ho capito che in America potevo crescere. A 18 anni ho rifiutato una proposta per fare il primo ballerino a Domenica In e mi sono trasferito a Los Angeles».

Ma non è stato tutto facile. Ho letto che quando sei arrivato in America non avevi né la casa né il permesso di soggiorno (quindi non potevi lavorare in maniera “legale”), e non sapevi l’inglese. Come hai fatto a cavartela?

«Dormivo nel salottino della casa di due miei amici. Ero disperato, non avevo soldi per mangiare. Quel poco che guadagnavo era in nero. Ma ero intenzionato a rimanere là. Poi ho partecipato a una trasmissione televisiva che si chiamava Star Search International, che scopriva nuovi talenti (ha lanciato artisti come Britney Spears e Christina Aguilera, ndr). Ho vinto come miglior ballerino internazionale dell’anno nel mondo, e questo mi ha dato molta visibilità. Ma la vera svolta è avvenuta quando ho partecipato alle audizioni per la notte degli Oscar».

Anche quelle erano riservate a chi aveva il permesso di soggiorno?

«Sì. E in più erano audizioni chiuse, a inviti. Per partecipare ho scavalcato il cancello degli Studios e mi sono buttato in mezzo alla mischia. Eravamo in tremila. La coreografa Paula Abdul (oggi giudice del talent show americano American Idol, ndr) cercava solo due ballerini. Dopo un’intera giornata di selezioni, eravamo rimasti in 50. Sapevo che non avrei mai potuto partecipare, per me quello era solo un modo per mettermi alla prova. Stavo raccogliendo le mie cose, quando Paula mi si avvicina e dice “Voglio te”. Ero talmente emozionato che mi sono messo a piangere. Le ho confessato tutto. Lei mi ha portato nella sua auto e ha telefonato al suo avvocato per chiedergli di farmi un contratto “fittizio”, di due anni. Quel contratto mi ha permesso di diventare un legal resident».

La tua storia sembra una favola. Prima l’incontro con Janet Jackson, poi quello con Paula Abdul…

«Ma quei tempi per me sono stati molto duri. Avevo lasciato la famiglia e gli amici. Non parlavo inglese. E le possibilità di comunicare con l’Italia erano molto scarse, non c’erano i cellulari né Internet. Avevo passato un mese senza sentire mia madre. Tutte le sere mi addormentavo piangendo. Ma sapevo che era quella la mia strada».

Poi è cominciata l’escalation: Whitney Houston, Prince, Madonna, Michael Jackson. Una lista interminabile di star…

«Scaduto il primo contratto di due anni, vengo a sapere che Whitney Houston stava cercando quattro ragazzi di colore per il suo tour mondiale. Io non avevo il fisico, sono basso. Mi sono messo dei tacchi all’interno delle scarpe e mi sono presentato. Anche in quell’occasione sono stato scelto: tre ragazzi di colore e io. Ho ottenuto un altro contratto di due anni».

Se fossi rimasto in Italia avresti fatto la carriera che hai fatto?

«No. Consiglio a tutti di viaggiare, andare, sperimentare. Viaggiare apre la mente. Sin da piccolo ero affascinato dalle persone che viaggiavano, sognavo di farlo anch’io. Sono sempre stato un tipo un po’ incosciente, mi sono sempre buttato. Sul frigorifero di casa tenevo in bella vista la mia “lista dei desideri”, con gli artisti americani con cui mi sarebbe piaciuto lavorare. In quattro anni avevo depennato tutti i nomi».

Cosa conta di più per fare carriera? Il talento, la fortuna, il coraggio di buttarsi, l’ambizione?

«Non mi ritengo un grandissimo talento. Ho soltanto la terza media. Sono un ottimo ballerino, ma non il più bravo. Però ho carisma, e la capacità di trasmettere emozioni. La mia forza sta nel fatto che ci ho sempre creduto. Avendo iniziato da bambino sapevo esattamente quello che volevo».

Oggi sei anche consulente d’immagine. Che tipo di lavoro è?

«È una passione che mi porto dietro da sempre: quando ero piccolo osservavo mia madre e le suggerivo di cambiare pettinatura, guardavo i muri di casa e decidevo di cambiare colore. Ho sempre avuto la tendenza ad analizzare le cose per migliorarle, abbellirle. Il resto lo fa la curiosità. Non ho studiato, ma vado alle mostre, nei musei, conosco tantissimi artisti».

Hai trasformato l’immagine di Giorgia e di Geri Halliwell (ex Spice Girls, ndr).

«Quello di Giorgia è stato un lavoro di squadra, ma l’idea partiva principalmente da lei, che voleva un’immagine più sexy. Mentre con Geri sono stato più coinvolto. Abbiamo lavorato sui movimenti, la danza, i capelli. Per l’abbigliamento abbiamo coinvolto dei designer italiani».

Si guadagna bene a fare il tuo mestiere?

«Come ballerino ero uno dei più pagati al mondo. E anche come coreografo ho firmato tantissimi contratti, in molti Paesi. Avevo aperto due società, con 30 dipendenti e sedi a Londra, Los Angeles, Roma. Lavoravo 20 ore al giorno, per 12 anni non sono andato in vacanza. Le mie amicizie erano sparse in tutto il mondo ma non avevo nessun legame vero. A 30 anni sono entrato in depressione, e ci sono rimasto per tre anni. Lavoravo a fatica, è stato durissimo. Ma i soldi non sono tutto. Due anni fa ho chiuso i miei uffici, ho venduto le mie case (ne avevo sette) e mi sono trasferito a Roma. Ho cambiato stile di vita».

Chi è oggi Luca Tommassini?

«Non lo capirò mai. La mia casa non è mai finita, continuo a cambiarla. Mia madre mi dice: “La casa non è un videoclip!”».

Ti riconosci nei concorrenti di X-Factor, nei loro sogni, nelle loro speranze?

«Vivo X-Factor dalle 10 del mattino all’una di notte, mi lego ai ragazzi, partecipo alle loro gioie e alle loro delusioni. E mi rendo conto che per loro ogni giorno è un provino, un rifiuto. In questo mestiere devi metterti in discussione sempre, far capire che vali. Ogni grande successo è solo l’inizio di un nuovo percorso. Se scali le classifiche con una hit, il giorno dopo devi scrivere una nuova canzone».

INFO: www.lucatommassini.com

Professione ballerino

vero o falso?

Molti sono i luoghi comuni intorno alla professione del ballerino. Abbiamo chiesto a Luca Tommassini di sfatarne alcuni.

Ballerini si nasce o si diventa?

«Si nasce con la predisposizione, che non consiste nel riuscire a fare i movimenti in maniera precisa, ma nell’avere il “fattore X”, il carisma che non si può imparare nelle scuole».

È vero che i neri ballano meglio dei bianchi?

«Sì, per un fattore fisico. Ma sono più portati per il ballo moderno che per il balletto classico».

È vero che tutti i ballerini sono gay?

«È vero che tanti ragazzi gay vogliono ballare, ma in Italia la maggior parte dei ballerini professionisti non è gay. In America sì».

Non ci sono più le showgirl di una volta (Parisi, Cuccarini…)

«La televisione negli ultimi anni è molto cambiata: i talent show hanno preso il posto dei varietà, e i budget sono più bassi perché le trasmissioni sono distribuite su molti più canali. Ma è dalla mancanza di qualcosa che nasce il desiderio. E la Cuccarini c’è ancora, stiamo preparando un programma su Sky… ».

Tiziana Tripepi, Millionaire 3/2009

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