Nella vita metteteci un po’ di swing

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Si è fatto strada rispolverando brani jazz. E oggi è una star. Con molte paure e una certezza. «Ho rischiato di mollare tante volte, ma ci ho sempre creduto, anche nei momenti più bui». Ritratto inedito di Michael Bublé

«Al massimo lo immaginavo come un cantante a Las Vegas, ma non credevo potesse arrivare così in alto» confessa nonno Demetrio, Mitch per gli amici, sorseggiando un bicchiere di vino nella veranda di casa, a Burnaby, sobborgo di Vancouver. Mentre lo dice gli brillano gli occhi per quel nipote, sunshine (luce del sole) per lui, che è ormai una star internazionale. Michael Bublé, 34 anni, italo-canadese, in sei anni ha inciso sette dischi (tre live), vinto un Grammy Award e venduto 23 milioni di copie. Riportando in classifica il grande repertorio dei coroner (cantanti confidenziali) come Sinatra. E in barba alle stupide leggi della hit parade, alla crisi delle vendite dei dischi e alla mediocrità di molti discografici, ce l’ha fatta.

Michael sei stupito dei traguardi raggiunti?

«No. In fondo ho sempre saputo dove volevo arrivare, credendoci con tutto me stesso fin da quando cantavo sulle navi o in piccoli locali e nessuno, a parte la mia famiglia, credeva in me. Da piccolo pregavo con la Bibbia sotto il cuscino per realizzare il mio sogno e ci ho creduto anche quando ho deciso di smettere e di studiare giornalismo pagandomi gli studi lavorando sul peschereccio di mio padre».

Il tuo nuovo disco, Crazy Love, ha venduto più di 250mila copie, piazzandosi primo in classifica negli Usa superando colleghi come i Kiss e Barbra Streisand…

«Sono contento. Ero teso e preoccupato per come la gente avrebbe reagito a questo disco. Ma non ho mai avuto l’ansia del successo. Ho sempre voluto essere il più bravo in quello che faccio credendo che prima o poi le gratificazioni sarebbero arrivate. Come effetto, non come causa. Non mi sento una popstar. Faccio una vita normale da persona normale».

È vero che hai comprato una squadra di hockey?

«Sì è vero! L’hockey era il mio sogno da ragazzo, avrei voluto fare il giocatore professionista. Ma i soldi non contano per me.  Certo, ora posso permettermi molte cose e ho la certezza che la mia famiglia può star bene economicamente. Ma non amo sfoggiare macchine o beni di lusso. Per me è importante condividere la mia fortuna con chi amo. So che il successo può finire in un istante, per me è più importante essere circondato da persone a cui voglio bene».

Quando ci siamo visti a Vancouver l’anno scorso eri triste. Oggi sembri un’altra persona. Cosa era successo?

«La fine della storia con Emily Blunt mi aveva letteralmente distrutto. Mi sembrava una grande opportunità che avevo perduto. È difficile essere onesti con se stessi e ammettere i propri errori».

Quali errori hai fatto?

«Ho permesso troppo alla mia insicurezza di guidare la mia vita. Mi sono guardato allo specchio ed ero insoddisfatto di me stesso come uomo. Così sono andato dallo psicoanalista».

E cosa hai capito?

«A 33 anni mi sono reso conto che se avessi continuato con le mie gelosie e le insicurezze sarei rimasto un uomo solo e vecchio. Così ho colto l’occasione di crescere e di cambiare per diventare una persona migliore. Come tutti ho i miei pregi e difetti. Sono un “lavoro in corso”, ma adesso mi piaccio di più e ho imparato a trascurare i miei pensieri negativi per concentrarmi su cosa voglio realmente. In questi anni mi è capitato di leggere Il potere di Adesso di Eckhart Tolle, che mi ha molto aiutato».

Il libro di cui parli ha un messaggio simile a quello del best seller The Secret, cioè che siamo noi a creare cosa pensiamo…

«È importante l’atteggiamento positivo e mantenere sempre l’attenzione sui propri obiettivi. Non voglio che la gente pensi che sia diventato un fanatico di questi libri, ma mi hanno aiutato a essere più consapevole e a concentrarmi di più su ciò che voglio».

Niente più insicurezze?

«Oh no! Ci sono, ma le affronto con uno spirito diverso. Quando mi prende la solitudine mi rintano nella mia enorme dimora e mi tuffo nella mia piscina piena di dollari come Zio Paperone! (ride).

Una delle cose più importanti che ho imparato è che quando parli pubblicamente di una tua relazione, le aspettative del pubblico crescono. E così inizi a perdere la magia, perché non proteggi più una cosa speciale che è solo tua e della persona che ti sta accanto».

Che cosa significa per te il tuo ultimo album Crazy Love?

«È il disco in cui mi rispecchio di più. Volevo fare qualcosa che mostrasse la mia maturità, ma anche il dolore e l’amore. Poi ho voluto che il suono fosse autentico, come i dischi di Sinatra o di Elvis quando, senza le tecnologie e i perfezionamenti che si usano nel pop oggi, tutto veniva preso in diretta, creando un’atmosfera unica. Così, dove è stato possibile, ho registrato in questo modo, in presa diretta, senza artifici, anche tenendo gli errori e le vibrazioni. Volevo un disco vero, non perfetto».

Il tuo essere controcorrente è la chiave del tuo successo?

«So che il mondo della musica è in crisi. Ma non voglio comportarmi come tutti gli altri e far uscire un disco di 13 canzoni buttate lì. Penso che la gente sia stanca di spendere 18 euro per comprare un cd solo per una o due canzoni che gli piacciono. Se le scaricano piuttosto! Cerco sempre di pensare all’intero disco, credo che solo così ci possa essere qualità. In tanti mi hanno suggerito scelte più commerciali. Ma io faccio solo ciò che mi piace e in cui credo. Cerco persone che abbiano i miei stessi valori. Come la mia attuale fidanzata Luisana Lopilato (attrice argentina, ndr), legata alle sue radici ma con un forte senso della famiglia».

La prima cosa che ti ha colpito di lei?

«Il suo viso…».

La seconda?

«Ehm le sue… tette! (ride)».

Haven’t Met You Yet l’hai scritta per lei?

«La canzone è scritta per i single. Lei mi ha ispirato. C’eravamo da poco conosciuti e non c’era ancora nulla di sicuro. Non parlava inglese e, come me, usciva da un’importante relazione. Ho cercato di raccontare quell’entusiasmo e quella gioia che si provano quando nasce una nuova storia. Sono un sentimentale e quando scrivo certe cose, sono quelle che mi accadono nella vita. Quando nella canzone dico I promise you kid, è il modo in cui parlo a lei. Per esempio, nella vita di tutti i giorni la chiamo kid (bimba)».

Hai scelto tu tutte le canzoni?

«Sì, tranne Crazy love di Van Morrison. Tutti mi dicevano che dovevo farla. Ma non ero convinto. E una sera, in un bar alle Hawaii, ho cambiato idea: c’era una band che suonava, attaccarono proprio quella canzone e le bariste misero giù i bicchieri, si fermarono e iniziarono a cantare anche loro. Ho pensato: l’universo mi sta dicendo che deve essere nel disco».

Ti infastidisce essere sempre associato ai grandi come Sinatra?

«Capisco che la gente abbia bisogno di etichettarti in qualche modo ma credo ormai di aver dimostrato di essere me stesso. Sinatra rimarrà un mito. Ma non ho mai cercato di atteggiarmi come lui o di copiarne lo stile di vita, troppo distante da come sono io. Mi sento più vicino a Dean Martin per la simpatia e la leggerezza con cui affrontava qualsiasi cosa. E poi appartengo a tempi diversi dalla musica che interpreto. Sono nato nel 1975 e il mio più grande idolo è Michael Jackson».

Quando farai un disco di soli inediti?

«Potrei farlo ma non mi divertirei allo stesso modo e poi sarei lo stesso di tanti altri cantanti pop. E più di tutto: amo quello che sto facendo. Posso cantare alcune tra le canzoni più belle mai state scritte, fa parte di me. Sono un po’ schizofrenico: nello stesso concerto canto brani rock, pop, soul, blues e jazz. È solo questione di tempo e farò anche heavy metal».

Quando tornerai in Italia?

«Tornerò in Italia per Natale per uno speciale sulla Rai e poi per il tour a maggio il 22 a Verona, il 23 a Milano. Lavorerò al disco dell’anno prossimo che, ti anticipo, sarà tutto di brani natalizi, come nella tradizione, ma con il mio sound».

Hai mai dubitato che tutto questo potesse accaderti?

«Non sai quante volte. Ma la mia convinzione è sempre stata più forte dei dubbi».

Matteo Brancaleoni, Millionaire 12/2009

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