Piccole ma cattive

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Fra “storiche” di culto e nuove proposte, il marchio Abarth continua a far parlare di sé

Ha intercettato la voglia di correre delle generazioni degli anni 60-70. E intuito quella di mettere le mani sulla propria automobile e di elaborarla, potenziandone le prestazioni. Così la Casa automobilistica Abarth ha affascinato milioni di persone. Da sempre specializzata nella trasformazione di autovetture, attinge tecnologie e valori dal mondo racing per trasferirli nella produzione di macchine stradali e kit di trasformazione. Il sogno condiviso dagli appassionati, allora come oggi, è quello di poter guidare un’auto di serie, piccola ma cattiva, capace di regalare un brivido a buon mercato. La filosofia dell’Abarth? «La domenica in pista, il lunedì in ufficio». Rilanciata nel 2007 con due vetture Fiat (500 e Grande Punto), ha avuto negli anni 70 uno dei suoi momenti d’oro con la A112 Abarth. «È stata l’ultima vettura di serie su cui il fondatore Karl Abarth ha messo le mani. E a tutt’oggi è l’auto italiana con la più lunga vita agonistica: dalla pista al rally, dallo slalom alla salita» commenta Andrea Fiorin, presidente dell’A112 Abarth Club (www.a112abarthclub.org), unico club internazionale dedicato a quel modello, con oltre 500 soci fra Italia ed estero.

Ma ancora oggi non è difficile imbattersi per la strada in qualche modello da amatore di 500 (vecchio tipo, ovviamente), bianca, con bordature rosse e il cofano posteriore leggermente sollevato per fare prendere più aria al motore. «In questi anni, nonostante sia stato un periodo difficile per tutti i settori, abbiamo raggiunto gli obiettivi prefissati» spiega Antonino Labate, direttore generale di Abarth. «Abbiamo costruito una rete distributiva internazionale con 120 dealer in 13 Paesi, oltre a officine di servizio e preparatori. Per il futuro continueremo a puntare su vetture stradali, elaborazione (non solo per modelli Abarth), personalizzazione e racing». INFO: www.abarth.it

La storia

Un’azienda nata sotto il segno dello Scorpione

Fondata a Torino nel 1949 dall’italo-austriaco Karl Abarth, l’azienda si è dedicata inizialmente alla fabbricazione di marmitte. Dal 1955 la produzione si è diversificata, comprendendo anche l’elaborazione di modelli prodotti in serie da altre case, le macchine da record e vetture sportive progettate e costruite in proprio. Nel 1971 è entrata nel gruppo Fiat, ma ha continuato a occuparsi di elaborazioni, marmitte e accessori. Mitici poi i kit di trasformazione, per personalizzare le auto con accessori e allestimenti ad hoc. Dietro al successo del marchio, c’è Karl Abarth, di cui l’anno scorso si è celebrato il centenario della nascita. La sua storia personale è l’esempio di quel mix di intuito, passione e competenza che nella seconda metà del Novecento ha fatto la fortuna dell’industria italiana. Nato a Vienna ma di cittadinanza italiana, Abarth entra nel mondo dei motori attraverso le due ruote: è prima apprendista meccanico presso una fabbrica di motociclette, poi collaudatore e infine pilota ufficiale. Nel 1946 diventa concessionario per l’Italia della Porsche. Nel 1947 viene nominato direttore tecnico e sportivo della Cisitalia e nel 1949 fonda, insieme ad Armando Scagliarini, la casa che porta il suo nome e ha come stemma il suo segno zodiacale (lo Scorpione).

Giuliano Pavone, Millionaire 11/2009

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