Simone Puksic: «La crisi è la più grande opportunità per cambiare»

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Dal sogno di impresa all’amministrazione pubblica. Oggi Simone Puksic, 33 anni, è il presidente di Insiel, società informatica della Regione Friuli Venezia Giulia. Ed è stato appena eletto presidente di Assinter, l’associazione delle società per l’innovazione tecnologica nelle Regioni.

Da studente sognava un futuro da imprenditore al fianco del padre. Dopo il fallimento della tipografia di famiglia, ha dovuto reinventarsi il futuro. Oggi Simone Puksic, 33 anni, di Udine, è il presidente di Insiel, società informatica della Regione Friuli Venezia Giulia, e di Assinter, l’associazione delle società per l’innovazione tecnologica nelle Regioni. È stato eletto il 14 luglio, per il biennio 2017-2019. Simone è appassionato di digitale. Punta a rivoluzionare la pubblica amministrazione. E, con la sua storia, vorrebbe dare ai giovani un messaggio di ottimismo.

Qual era il tuo sogno?

«Affiancare mio padre nella gestione dell’azienda Graphic Linea, che lui aveva fondato nell’87. Mi sono iscritto alla Bocconi, in Economia aziendale, con questo obiettivo in testa. Dopo la laurea, sono tornato a Udine e ho iniziato la gavetta, come tutti gli altri. Nessun favoritismo. Prima il centralino, poi le consegne col furgone, l’amministrazione, fino a seguire l’avvio di una linea editoriale. Nel 2008 però è arrivata la crisi. Una banca ci chiese di rientrare di un fido di 500mila euro in due settimane. Era impossibile. Tutte le banche ci tolsero credito. Avevamo tante commesse ma nessuna liquidità per pagare i fornitori. Nel 2009 l’azienda è fallita. Ci hanno pignorato casa, macchina, tutto».

Come hai reagito al fallimento?

«Mi sono svegliato dal sogno. Ho accettato il primo lavoro che ho trovato. Vendevo impianti fotovoltaici porta a porta, in nero. Incontravo 15-20 persone al giorno. Ho acquisito una confidenza nelle relazioni che solo la vendita può darti. Dopo tre mesi però mi sono chiesto se fosse davvero quello il mio futuro. Ho deciso di tornare all’università, a Udine. Intanto lavoravo part-time per un’azienda di costruzioni. Mi sono candidato per un Erasmus alla Copenhagen Business School. Forse non ero il candidato con i requisiti migliori. Ma la mia lettera di motivazione li ha convinti: quell’esperienza avrebbe rappresentato la mia occasione di rivincita».

Perché non sei rimasto all’estero?

«La Danimarca è il paese con il minor tasso di disoccupazione in Europa, ma non è l’Italia. Sentivo la responsabilità sociale per il mio territorio. Sono tornato. Ho ripreso il lavoro part-time, a 150 euro al mese. Poco dopo, mi hanno proposto un incarico all’estero, in Azerbaigian, ma ho rifiutato. Così ho perso anche il posto».

Dopo la laurea hai trovato il lavoro che sognavi?

«Ho mandato 500 cv. Ho ricevuto una sola offerta in due mesi tramite un’agenzia per il lavoro interinale. Avrei dovuto gestire una sala bingo. Quando l’ho detto a mia madre, si è messa a piangere. Mi sono preso due settimane di tempo: se non avessi ricevuto altre proposte avrei accettato. Ho trovato un bando di concorso pubblico per lavorare in Ditedi (Distretto delle Tecnologie Digitali del Friuli Venezia Giulia). Ho partecipato e mi hanno scelto».

Mai pensato di avviare una tua impresa?

«Avevo avviato una startup con una persona conosciuta ai tempi del fotovoltaico. Volevamo vendere cover per telefoni online. Non è andata bene, ma da quell’esperienza ho capito l’importanza del digitale e mi sono appassionato al tema. Al Ditedi ho organizzato incontri, seminari e workshop aperti a tutti sull’innovazione digitale. Sono andato porta a porta dagli imprenditori del territorio per creare un network. 130 hanno firmato un accordo di affiliazione al distretto».

Le altre esperienze nel digital?

«Nel 2014 ho preso parte al progetto GoOnItalia per sviluppare le competenze digitali di cittadini, imprese e pubblica amministrazione. Ho collaborato alla scrittura del documento sull’agenda digitale del Friuli Venezia Giulia. Ho lavorato con il presidente di Insiel. Dopo la sua morte, quando si cercava un successore, qualcuno ha fatto il mio nome. Ho accettato subito. Un po’ di sana incoscienza permette di fare scelte coraggiose! Era la fine del 2014, avevo 30 anni, e sarei stato il presidente della più grande società di informatica della regione, tra le prime 20 in Italia. Oggi la società non offre software ma servizi. Voglio smentire l’idea che la macchina pubblica sia inefficiente. Vogliamo cambiare il modo di fare pubblica amministrazione. Renderla più smart».

In che modo?

«Qui si può davvero fare il cambiamento, con il contributo di gente giovane che guarda al futuro, portando idee innovative. La PA è un catalizzatore di idee. Basta mettere gli under 35, che credono nell’Italia, nei ruoli chiave. Portare dentro i giovani che hanno voglia di fare e merito. Oggi sono anche membro del consiglio di Confindustria Venezia Giulia e di Assinform, l’associazione nazionale delle aziende IT. Siedo al tavolo con i rappresentanti di Microsoft, HP, Cisco. Incontro le scuole una volta al mese per parlare di futuro digitale. In più, sono molto attivo sui social e questo mi permette di avere contatti con tanti giovani innovatori».

Che cosa diresti ai giovani?

«I giovani portano innovazione. L’entusiasmo di un giovane infetta positivamente tutti con il virus dell’innovazione. Competenze digitali e curiosità sono due componenti fondamentali qualsiasi cosa tu voglia fare. E grazie a internet, alle nuove tecnologie, puoi farlo anche restando nel tuo territorio. Credi nel cambiamento. Se ti dicono che una cosa non si può fare, convincili del contrario. Sii motivato e determinato, non demoralizzarti mai e pensa sempre a un piano B. Nel 2009, con il mio sogno infranto, avrei potuto pensare che la mia vita fosse “rovinata”. Invece ho capito che la crisi è la più grande opportunità che abbiamo per cambiare. Non avevo mai pensato a un’alternativa all’impresa. Oggi ho sempre un piano B».

Info: www.simonepuksic.it

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