Vado al massimo

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Corre, vince, guadagna, vende. Piace a tutti. Valentino Rossi è un fuoriclasse

La cronaca (sportiva) è nota a tutti. Valentino Rossi, alle soglie dei 27 anni, ha corso dieci motomondiali e ne ha vinti sette (gli ultimi cinque di fila). Trionfando in ogni categoria e con qualsiasi moto: dall’Aprilia nelle cilindrate minori, alla Honda nella classe regina. Poi ha trovato il coraggio di cambiare scuderia. E così, portando al successo anche la Yamaha, ha dimostrato, in assoluta controtendenza, che l’uomo può valere più del mezzo. E che la volontà conta più della meccanica.

Ma Valentino, oltre che vincere, diverte. Spesso, nonostante la pole position conquistata, parte male e poi recupera. E i suoi inseguimenti al cardiopalma rendono palpitanti anche le gare dall’esito più scontato (= lui al primo posto). Facile pensare che questa overdose di vittorie gli abbia tolto un po’ di motivazione. Niente di più sbagliato. «Tranquilli, non mi stanco mai di vincere» ha affermato. Perché, a saper ben guardare dietro la prossima curva, dopo ogni traguardo c’è n’è sempre un altro, più ambizioso.

Un campione sì, anche nella comunicazione. In grado di riportare in auge uno sport a lungo lontano dai palcoscenici televisivi di maggiore audience. Capace di diventare uno dei testimonial pubblicitari più pagati. Ma il suo exploit più grande è stato quello di essersi reso simpatico, a dispetto della lunga serie di vittorie. Impresa, questa, non alla portata di campioni come Michael Schumacher in Formula 1 o Eddy Merckx nel ciclismo. Grandissimi in pista, ma non certo campioni di simpatia.

Ma come è riuscito Valentino Rossi da Tavullia (PU) a conquistare il cuore di milioni di fan, domare i circuiti di mezzo mondo, polverizzare ogni record, conquistare una laurea honoris causa e, ultimo ma non meno importante, guadagnare un sacco di soldi? Ripercorriamo insieme la storia del giovane centauro, alla ricerca dei suoi segreti. E di qualche retroscena.

Valentino Rossi nasce a Urbino il 16 febbraio 1979, sotto il segno dell’Acquario. Suo padre Graziano è un ex pilota di moto e il piccolo Rossi comincia a seguire le gare ancor prima di imparare a camminare. A sei anni l’esordio, in sella a una minimoto.

Ma il primo test serio con la Cagiva è un disastro. Sale in moto e cade alla prima curva. Rientro mesto ai box, nuova partenza e nuova caduta, dopo appena sei giri. Gara d’esordio: nono posto. Ci si chiede addirittura se lui abbia la stoffa per continuare. Poi arrivano le prime vittorie. «Io ci ho sempre messo un po’ di tempo, prima di capire bene come si fa ad andare forte. Ma quando l’ho capito, sono sempre andato forte davvero».

Non tutti ci credono, però. La sua professoressa di storia dell’arte pronuncia una frase rimasta storica: «Ma tu pensi che ad andare in giro, a fare lo stupido con la moto, un giorno ti pagherai da vivere?». E intanto Valentino non è uno studente modello: convince i suoi compagni a fare la riunione di classe il mercoledì… giorno di uscita di Motosprint! Nel ’96 esordisce nel Mondiale e conquista la sua prima pole position seguita dalla prima vittoria. La grande popolarità arriva però l’anno successivo, accompagnata dai suoi originalissimi modi di festeggiare ogni successo. Ma anche se ama ridere, con le moto Valentino non scherza: in sella all’Aprilia conquista il Mondiale. Dalla 125, passa alle 250 e vince il Mondiale nel ’99. Nel 2000 passa alla 500 e approda alla moto dei suoi sogni: la Honda. L’anno dopo porta a casa il Mondiale. E’ il primo pilota italiano ad aver conquistato i titoli nella 125, 250 e 500. Valentino passa alla categoria MotoGp e continua a vincere.

Rossi e Honda: il binomio vincente sembra indissolubile. Ma non è così. Un giorno a Brno (Gp di Cecoslovacchia), dopo uno dei successi più belli, Rossi manifesta la sua insofferenza e lo fa come sa, scherzando. In compagnia dei suoi fidi amici-fan si traveste da galeotto, perché «condannato a vincere». E’ il chiaro segnale di un disagio e di una nuova volontà di cambiamento. Quando è in cima al mondo, protagonista di un copione vittorioso e collaudato, Rossi fa una scelta apparentemente suicida. Molla la Honda, la scuderia più ricca, famosa e di successo. «Io devo avere attorno un gruppo che esprima gioia, entusiasmo, coinvolgimento. La Honda era una squadra vincente. Ma a me non basta vincere. Voglio fare le cose divertendomi. Allora, può riuscirmi tutto».

 

In molti sono contrari, compreso il padre Graziano, che di moto se ne intende. Ma lui tiene duro: «Mi sono detto: “Voglio una sfida folle, difficile. La più folle e difficile che possa trovare: la Yamaha!”. Io mi fido molto delle sensazioni, e quelle che sentivo dentro di me mi spingevano verso una sfida che sembrava effettivamente un po’ folle». Così approda alla Yamaha, che non vince un Mondiale dal lontano 1992. «Mi ci vorrà metà stagione per essere competitivo, sono preparato a perdere» afferma. Già dalla prima corsa Rossi è il primo a tagliare il traguardo. E, alla fine, conquisterà il titolo. La stagione 2005 inizia alla grande. A luglio, in Germania, centra la vittoria numero 76. Eguaglia così il record di Mike Hailwood (scomparso nel 1981). Dimostrando ironia e rispetto per il passato, sale sul podio con una bandiera che riporta il messaggio: «Hailwood: 76 – Rossi: 76. I’m sorry Mike». «Finalmente è arrivato il titolo numero sette. L’ho conquistato con un secondo posto, ma va bene lo stesso. Oggi non potevo giocarmela con Loris (Capirossi, ndr). Quindi per me è stato un po’ come vincere. E ve lo dice uno che nella vita non vorrebbe mai dire una cosa del genere». A seguire, festeggiamenti con pochi intimi, una mascherata con Biancaneve e i sette nani (in onore dei sette sigilli conquistati) e un bagno di folla a Tavullia (tremila persone ad aspettarlo, sfidando una pioggia battente).

Nei suoi commenti, e nelle sue reazioni, il segreto delle sue vittorie. «Sulla linea di partenza, il mio cervello si libera di ogni pensiero che non sia strettamente legato alla guida. Riesco a isolare tutto il resto, non mi faccio sopravanzare dal nervosismo, non mi metto a pensare che mi sto giocando la faccia o il campionato o addirittura la carriera. Non me lo impongo, mi viene naturale».

Valentino non si nasconde, non ha paura di affermare il suo valore: «Ho dimostrato che se la moto è a posto posso vincere sempre e contro chiunque. Siamo i più forti. Sono il più forte». Ma non ha neanche paura di esprimersi a proposito dei suoi avversari: sia nel bene, sia nel male. E a partecipare delle loro vittorie e dei loro problemi. Alla fine di uno degli ultimi Gp, la sua prima preoccupazione è stata quella di verificare le condizioni di Marco Melandri, vittima di una brutta caduta. E, aspetto più bello di tutti, non dimentica le sue radici. Gli amici d’infanzia sono la sua forza. «La tribù è intoccabile. Per noi l’amicizia è sempre stato un valore importante, che ha avuto la priorità su tutto». L’unico fan club ufficiale (che registra una media di seimila tesseramenti all’anno) è quello fondato proprio dagli amici di Tavullia. Al suo fianco, sin dagli inizi, l’amico Uccio. Il primo ad accoglierlo ai box dopo una gara, il primo complice nelle sue “zingarate”.

Ma la fama ha anche qualche risvolto negativo. Ovunque va, Valentino viene circondato da una folla di fan. «Vorrei stare in mezzo alla gente come una persona normale, visto che in fondo io sono un ragazzo normale. Perciò faccio fatica a vivere di giorno: c’è troppa gente in giro. E poi non mi piacciono il traffico, il caos, il rumore, la folla. La notte è un’altra cosa… A Londra riesco a fare una vita normale: faccio la fila, non ho vantaggi all’ingresso dei locali, posso andare in giro per negozi…».

La sua prossima sfida? In testa alla classifica dei campionati mondiali vinti svetta ancora Giacomo Agostini. A quota 15 è lontanissimo. Ma il ragazzo di Tavullia, anche se sembra strano, si definisce molto paziente… Inoltre è sempre più probabile un suo passaggio alla Ferrari, in Formula Uno. Dopo i test a novembre, si parla di un suo esordio sulla Rossa nel 2007. Ma non tutti sono entusiasti. Lui non commenta, anzi a volte si mostra infastidito. E non è l’unico. «Rossi è un campione in moto, ma quelle sono un gioco rispetto alla F1» pare abbia detto Flavio Briatore. Ma è proprio quando il gioco si fa duro, che un duro come Rossi comincia a prenderci gusto. La prima sfida sarebbe quella di guidare una quattro ruote. La seconda risollevare il quoziente di simpatia della Ferrari. E dopo Schumacher, questo sarebbe un gioco da ragazzi. Anzi, da ragazzacci.

Vincere ridendo

Nel ’97 al Mugello, Valentino carica in sella una bambola gonfiabile ispirata a Claudia Schiffer (1) per prendere in giro Max Biagi, amico di Naomi Campbell. L’aveva comperata in un sex shop di Misano (RN), dicendo che voleva fare uno scherzo. «Sì, certo, uno scherzo: dicono tutti così…» aveva osservato scettico il negoziante.

Nello stesso anno, dopo la vittoria a Donington, sale sul podio mascherato da Robin Hood, in omaggio alla vicina foresta di Sherwood (2).

A Barcellona, nel ’98, va in pista con un amico travestito da “pollo Osvaldo”, per prendere in giro le sponsorizzazioni miliardarie (3).

Al Mugello, nel 2002, si fa bloccare da finti vigili per… eccesso di velocità (4). E così lui commenta le sue “zingarate”: «Questo è il bello: che le cose pensate al bar la sera prima abbiano tanto successo tra la gente. Forse il segreto è nelle cose vere, fatte per ridere».

Dottor simpatia

C’è un’altra cosa, oltre a correre, che Valentino sa fare bene: comunicare.

E così, il 31 maggio di quest’anno, per lui è arrivata anche la laurea, conferitagli ad honorem dalla facoltà di Sociologia di Urbino in “Comunicazione e pubblicità per le organizzazioni”.

Lucia Ingrosso, Millionaire 12/2005

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