Come raccogliere soldi con l’equity crowdfunding. Lo spiega Tommaso D’Onofrio di Assiteca Crowd

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Qual è lo stato dell’equity crowdfunding in Italia, come migliorarlo e usarlo per raccogliere fondi per la propria startup? Millionaire lo ha chiesto a Tommaso D’Onofrio: è l’amministratore delegato di Assiteca Crowd, tra le più note piattaforme di equity in Italia con casi di successo come Shin Software, progetto che ha raccolto 408mila euro sul portale. E ideatore della competizione per startup, Assiteca Crowd Showcase, nuovo contest che permette alle aziende di vincere servizi per creare una campagna di raccolta sulla piattaforma (Millionaire è partner dell’iniziativa, leggi qui come partecipare).

D’Onofrio è anche l’autore di Crowd Investment. Il crowdfunding per le imprese innovative (Guerini e  associati, 24 euro).

Di cosa parla il libro e a chi è rivolto?

«È un viaggio in uno degli strumenti più importanti oggi di finanza alternativa, l’equity crowdfunding. L’intento è offrire una panoramica del fenomeno in Italia e all’estero, spiegare come costruire una campagna di successo, ma anche spiegare i vantaggi per gli investitori. Quindi si rivolge a startupper, finanziatori, studiosi o curiosi del settore».

Il 2015 dell’equity crowdfunding italiano. Che hanno è stato?

«Direi che è stato un anno di transizione. Come si sa l’Italia è stato il primo Paese a dare delle norme al fenomeno. Un primato che però ha impedito una crescita delle piattaforme di equity come altrove in Uk e Francia. Quello che pesa è una normativa che allontana i piccoli investitori (quelli che finanziano anche con 500 e mille euro). Oggi anche loro sono obbligati dalla legge a sottoscrivere un modello Mifid, un modello bancario per valutare la propensione al rischio. Dieci pagine complesse che non aiutano “la folla” che vuole investire anche senza essere parte del mondo finanziario. Questo insieme ad altri tecnicismi allunga i tempi per la chiusura di un investimento: oggi ci vogliono in media 72 ore. E poi c’è l’aspetto culturale: anche i giornalisti del settore sbagliano a scrivere crowdfunding nel modo corretto. Bisogna fare cultura per invitar gli startupper a usare questo strumento (e sono ancora pochi quelli che lo fanno). Detto questo è in itinere una modifica di alcuni aspetti del regolamento Consob proprio in base alle nostre richieste. Insomma, le cose sono in movimento».

A quale stadio di costruzione di una startup ci si può rivolgere all’equity?

«La startup italiana è diversa da quella anglosassone. Prima va sul mercato e poi si rivolge all’equity. In Italia molto spesso i progetti che si affacciano all’equity non hanno uno storico e i modelli di business che presentano sono quasi esclusivamente delle previsioni che non si fondano su dati oggettivi. Questo aspetto allontana spesso gli investitori che non hanno numeri a cui rifarsi per decidere se investire o meno. Ideale sarebbe giungere all’equity dopo un percorso di incubazione. Ci sono incubatori e acceleratori in Italia con consulenti di qualità, come altri più improvvisati. Iniziare un percorso di formazione aiuta per presentarsi prima sul mercato e poter accedere agli strumenti del crowd con maggiori possibilità di successo».

Che consiglierebbe a uno startupper che vuole avvicinarsi all’equity?

«Innanzitutto avere ben chiara cosa è l’idea e quale è l’innovazione. Questa consapevolezza viene fuori solo da un confronto con il mercato (far provare il prodotto/servizio a parenti, conoscenti, amici, raccogliere i loro feedback e migliorarlo). Poi pensare di brevettare l’idea: una volta sul mercato colossi potrebbero copiarla e svilupparla con una disponibilità di mezzi economici infinitamente maggiore.  Una volta che si governa l’idea, bisogna occuparsi dell’aspetto organizzativo. Che significa non solo costruire un buon team, ama anche trovare clienti, fornitori, partner tecnici. Fare network per condividere la mia idea con chi può essere interessato.  Poi si arriva alla fase di finanziamento a cui ci si avvicina dopo aver svolto i compiti precedenti. Qui è utile farsi aiutare da consulenti esperti (nella produzione per esempio di video e la compilazione dei documenti necessari). C’è un investimento da fare (intorno ai 20mila euro) e se non si hanno soldi da spendere, si può usare la furbizia e offrire ai partner quote della società in cambio di aiuto».

Come procede la competizione Assiteca Crowd Showcase?

«Abbiamo già diverse realtà interessanti che si sono iscritte: sharing economy, mobilità urbana, energie alternative, sono alcuni dei campi in cui stiamo registrando più fermento».

Vuoi realizzare una campagna di equity crowdfunding per raccogliere soldi per la tua startup? Partecipa ad Assiteca Crowd Showcase. Guarda il video dell’iniziativa.

INFO: http://www.assitecacrowd.com/startup-showcase/

Giancarlo Donadio

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