Quasi quasi mi licenzio

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Lasciare il certo per l’incerto, rimettersi in gioco, anche in tempo di crisi. Mollare il posto fisso. Cambiare sì, ma sempre in meglio. Storie e consigli

Mollare il posto fisso? Ne sanno qualcosa Maurizio Modica e Pierfrancesco Gigliotti, affiatato duo alla guida del marchio di moda Frankie Morello (www.frankiemorello.it). La loro storia: Maurizio è un ballerino, poi si occupa di design, ma a un certo punto sente di dover cambiare.

Quando ho l’impressione che nel lavoro che sto facendo lo stato di grazia si sta esaurendo, non riesco a continuare.

A quel punto incontra Pierfrancesco, che era arrivato al mondo della moda dopo lunghe lotte con i genitori, che lo volevano medico. Diventa un arredatore d’interni, adorato dalle signore dell’alta borghesia. Gli affari vanno a gonfie vele, ma lui a un certo punto scappa.

Ero diventato la loro dama di compagnia. Dopo quattro anni ero stufo. Ma lasciare il certo per l’incerto mi ha sempre confuso.

Confida Piero. L’incontro fra i due è galeotto e il marchio di successo dietro l’angolo.

Gli ingredienti per fare il salto? Una buona dose di incoscienza, unita però alla tenacia e a un briciolo di creatività. E tanta, tanta passione.

Ci confidano loro.

Quando è necessario

Peggio va ai tanti che restano senza lavoro. L’ultimo dato relativo alla percentuale di disoccupati in Italia parla infatti di un 11,1%. A vivere forti crisi e minacciare grossi tagli ci sono anche aziende grosse e famose: Fiat, Ericsson, Glaxo, Eutelia, Omsa, Merloni…

La sicurezza in azienda – che sia di dimensioni piccole, medie o grandi non importa – non esiste. Se il titolare decide che il tuo tempo è finito, trova facilmente il modo di farti “saltare”. Succede anche alle alte cariche, senza motivi validi.

Confida Valeria Merlini, una che ha deciso di cambiare per ricominciare a vivere.

Proprio su questo tema di grande attualità, un paio di anni fa, è uscito un libro, concepito quando la crisi non era ancora una piaga mondiale. Si intitola “Quasi, quasi mi licenzio. Non è mai troppo tardi per cambiare vita”. Insieme alla giornalista Rosa Tessa, lo firma Roberto d’Incau, che spiega:

Avevo studiato economia e lavoravo nel settore dell’editoria e della comunicazione. Ma a 38 anni ho capito che a interessarmi erano invece le risorse umane. Così ho lasciato il lavoro precedente e ho ricominciato a studiare, rispolverando il mio amore per la psicologia. Sono anche andato in analisi. Un viaggio dentro me stesso che è durato sette anni e che mi ha portato a essere un professionista, e un uomo, migliore.

Oggi  è coach e cacciatore di teste (INFO: www.langpartners.it).

Il licenziamento impone di reinventarsi. È un’occasione per prendere in esame delle alternative, capire che cosa si vuole fare veramente. In molti si rendono conto che si erano trovati a svolgere quell’attività per caso o per necessità, ma le loro aspirazioni erano altrove.

Precisa d’Incau. Certo, forse è meglio anticipare il cambiamento, piuttosto che subirlo.

Il momento giusto

Ma qual è il momento giusto per cambiare?

Bisogna ascoltare il proprio malessere, riconoscere i segnali. Le piccole inquietudini quotidiane fanno parte della vita. Ma gli attacchi di panico e i disturbi psicosomatici sono segnali forti. E inequivocabili. Chi alzandosi la mattina si chiede “ma che cavolo faccio, dove vado?” è pronto per cambiare.

Ammonisce d’Incau. È questo il momento di iniziare un’analisi della propria situazione. Ma a volte si può anche scoprire che si trattava di “falsi segnali”, che eravamo sì un po’ scontenti, ma non ancora pronti. Le mosse da fare poi sono molteplici: seguire un corso, leggere dei libri, iscriversi a un’associazione, fare conoscenze nell’ambiente in cui si vuole entrare… Sì, ma quando fare il salto nel buio mollando le sicurezze?

Va premesso che cambiare è difficile, anche quando si cambia in meglio. Abbandonare la propria “zona di conforto” (cioè le abitudini che ci fanno sentire bene) può essere traumatico. Non consiglio mai i salti nel buio. Meglio i cambiamenti a ragion veduta.

Prosegue d’Incau.

Tutti capaci di mollare quando invece si hanno le spalle coperte.

[blockquote align=”center” variation=”blue”]È vero, nel libro parlo di tanti che vengono da famiglie agiate, che hanno risparmi da parte. Eppure il caso più emblematico è quello di Ignazio, 29 anni, siciliano, che lascia un lavoro in un call center da 900 euro al mese. Si butta nella vendita e in pochi mesi guadagna quello che era il suo lordo di un intero anno. [/blockquote]
Prosegue d’Incau.

Ma nel cambiamento, si deve seguire più il cuore o la testa?

 

Entrambi, perché contano nello stesso modo. Bisogna tenere alte le proprie aspirazioni. Cercare strenuamente di realizzare le proprie utopie. Pensare che non c’è niente di impossibile. Cambiare sì, ma sempre in meglio.

Lavoro in rosa

A volte il cambiamento è imposto da situazioni familiari. E il lavoro è una valvola di sfogo nonché un’ancora di salvezza. In “Il buio oltre la porta”, Nicoletta Sipos racconta la storia vera di Alice che si affranca da un marito violento proprio grazie al lavoro. Racconta l’autrice:

Ho fatto 60 presentazioni del libro, in giro per l’Italia, e ho ascoltato tante storie di donne, che hanno lasciato il lavoro per seguire i figli. Per molte, questa si è trasformata in una trappola: niente più indipendenza economica e psicologica.

La soluzione?

Uscire di casa, farsi vedere, ricominciare anche da lavori umili o dal volontariato. Se si è brave e motivate, da cosa nasce cosa.

Riuscire a reinventarsi dopo aver perso il lavoro o capire quando è arrivato il momento di mollare tutto per ricominciare daccapo sono due passaggi essenziali della nostra vita. Passaggi difficili, ma importanti per chi sente dentro di sé l’esigenza estrema di cambiare e iniziare a vivere veramente. Avere il coraggio per farlo è ciò che realmente distingue un imprenditivo.

 

Lucia Ingrosso

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